L'Etna per alcuni mesi aveva dato segni d'inquietudine, mantenendosi in un'attività preoccupante. I guai veri cominciarono ai primi di marzo del 1792, disseminando il panico per i paesi etnei. Una prima effusione lavica, che si divide in due rami, si arresta di lì a poco, senza causare molti danni.

Ma, il primo di giugno, si apre un nuovo cratere sul lato est, in basso, preannunciato da terremoti. Il fuoco divora i terreni fertili lasciando una mostruosa lingua nera di lava.

Ai primi di agosto il fiume di fuoco si affaccia sul filo delle colline che vanno dall'Airone alla Valle San Giacomo.

Ogni speranza per la salvezza del paese pare ormai perduta. Gli abitanti si sono preparati a lasciare le case svuotate già da ogni cosa e attendono la fine con negli occhi la visione sinistra del fuoco distruttore.

Il vulcanologo Giuseppe Recupero nella sua descrizione dice che "gli abitanti del paese, colti dallo spavento, erano già in istato di abbandonare le loro case in preda del torrente infocato; ma la lava divisa in tante ramificazioni, si arrestò in quella scoscesa collina tutta rivestita di vigneti, che è a poca distanza dalla Zafarana".

Indescrivibile lo stato d'animo di giubilo per quella che venne considerata una grazia straordinaria da quei paesani, che, in un impeto di fede, avevano chiesto a Dio un miracolo per la intercessione della Vergine Maria e avevano portato in processione dalla chiesa la statua della Madonna, esortati, come porta la tradizione, dalla calda e commossa parola del loro cappellano (sac. Antonino La Rosa).

A perpetua memoria dell'avvenimento fu eretto un altarino e fu formulato un voto da sciogliersi ogni anno di un pellegrinaggio devozionale a questo luogo.

 Bibliografia: "Il Priorato di S. Giacomo e Zafferana Etnea" di G. Pistorio